Capitolo 9 - Ispir|azione|
Il nuovo Faro oscurava il profilo del sole. Proiettava una lunga ombra che serpeggiava permanentemente sulla superficie irregolare di Mercurio grazie alla rotazione fissa. Navi salivano e scendevano, alcune con volo impeccabile, altre tentando di salvaguardare qualsivoglia carico l'Avanguardia comandasse. La ruggine e la sabbia arrostivano sotto il sole e lo spazio in lontananza era ravvivato da mezzi discorsi sulla posterità.
Nessun orrore cabal rimaneva in orbita.
Nessuna linea spezzata ridisegnava il paesaggio.
C'era solo una frenetica immobilità.
Un prurito fastidioso e persistente.
Una nota propensione che l'ignoranza non poteva sopprimere: l'unità è fragile.
Vance era nel vecchio Faro e assemblava freneticamente il Simulacro Infinito: una macchina formata da parti di semi simulativi e architettura connettiva vex, con lo scopo di imitare una piccola foresta. Note grafiche e schemi ricavati dai testi di Osiride guidavano la sua mano. Da guardiani di passaggio aveva udito voci di espulsioni di massa coronale sempre più frequenti. Enormi esplosioni di particelle cariche, scagliate nello spazio e avvolte intorno a un mostro gravitazionale nascosto alla vista e agli altri sensi dal ruggito del vento stellare. Il transito verso Mercurio era diventato sempre più pericoloso per i non iniziati. Questi eventi innaturali erano fonte di speculazioni, e lui aveva letto i segni. Conosceva le profezie a memoria e ne conosceva lo scopo.
Rovina.
Qualcosa di nuovo |e di molto antico| emerse, fratello di una stella morente: un'ombra |affamata paziente esausta profonda| angolare si allungava su Mercurio. Innumerevoli |noti| pinnacoli caddero nella sua presa |con sollievo uniforme|. Dolci toni discesero sotto buie espansioni mentre il peso dell'oscurità |salvezza| ronzava sotto l'ombra. I loro echi traboccavano |si risvegliavano| e scorrevano |in conversazioni| sopra i pinnacoli in rovina. Una singola scintilla luminosa apparve, |una conclusione| vista da nessuno, e |insieme ad altre| si espanse con l'ombra. Il vecchio Faro lampeggiò |con gli altri pinnacoli| e s'infiammò |sorse|, e l'ombra se ne impadronì |per divorarlo|.
Vance |lo strumento| udiva |le loro voci ispirate| i lamenti, senza lacrime ma nei |voraci| bassi ronzii |cerimoniali| che aveva imparato ad associare alla morte. Chiuse gli occhi |e vide ciò che sarebbe avvenuto|.
Quel giorno aveva molti nomi.
Nessuno era sufficiente.