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Il gioco del fiore

Queste sono le regole di un gioco. Si gioca su un'infinita scacchiera di fiori bidimensionale. Regola numero uno. Un fiore vivente con meno di due vicini viventi viene reciso. Muore. Regola numero due. Un fiore vivente con due o tre vicini viventi viene connesso. Vive. Regola numero tre. Un fiore vivente con più di tre vicini viventi patisce la fame e soffoca. Muore. Regola numero quattro. Un fiore morto con esattamente tre vicini viventi rinasce. Sboccia nuovamente alla vita. L'unica mossa consentita in questo gioco è la disposizione iniziale dei fiori. Questo gioco affascina i re. Questo gioco tiene occupati gli imperatori del pensiero. Nonostante abbia solo quattro regole e la scacchiera sia una griglia piatta e spoglia, in esso si trovano blocchi immutabili, stoici come il ferro, e fari e pulsar turbinanti, e alianti che solcano l'aria verso l'infinito, e sequenze che depongono uova e generano altre sequenze, e cellule viventi che si replicano per intero. In esso, puoi costruire un computer universale con il potere di simulare, molto lentamente, qualsiasi altro computer immaginabile e, pertanto, simulare intere realtà, incluse copie nidificate del gioco stesso. Ed è il gioco a decidere. Nessuno può prevedere esattamente come si evolverà il gioco a meno di non giocarlo. E tuttavia questo gioco non è nulla a confronto del gioco del giardiniere e del vagliatore. Somiglia a quel gioco come un seme somiglia a un fiore. Anzi, no. Come un seme somiglia alla stella che ha nutrito il fiore e tutta la vita che lo ha prodotto. Nel loro gioco, il giardiniere e il vagliatore scoprivano le forme della possibilità. Prevedevano corpi e civiltà, menti e pensieri, qualia e sofferenza. Imparavano le regole che decidevano quali sequenze avrebbero prosperato nel gioco e quali si sarebbero spente. Imparavano quelle regole poiché loro stessi erano quelle regole. E, con il passare del tempo, il giardiniere ne fu frustrato.